Per troppa vita che ho nel sangue

Via - negli occhi raccolta la gioia dura d'essere creatura in sé conchiusa, unica nel freddo cielo invernale - diritta ai piedi d'invisibili antenne, sulla nave che ha vele di nubi e fari di stelle, a prora un volto d'attesa. (Antonia Pozzi)

Chi sono

Utente: chiaraceli
Nome: chiara celi

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 13 novembre 2009



Shirin Neshat, 44 anni, iraniana di Qazvin, trasferitasi in America nel 1974, da tempo residente a NewYork, è riconosciuta in tutto il mondo come uno fra gli artisti più originali e importanti dell' ultimo decennio. “In Turbulent, il mio primo film sul tema della sessualità in rapporto alla struttura sociale dell' Islam iraniano, su due schermi contrapposti un uomo e una donna cantano melodie d' amore. Lui è in un teatro affollato e si rivolge al suo pubblico. Lei invece è sola - le donne non possono partecipare a spettacoli musicali in Iran - , ma il suo canto ha un' intensità tale che a un certo punto costringe il suo antagonistaamante al silenzio.”
postato da: chiaraceli alle ore 18:36 | link | commenti (2)
categorie: video

Ken Saro Wiwa - La vera prigione

Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un'intera generazione
E' il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L'inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E' questo
E' questo
E' questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.




Ken Saro-Wiwa (1941-1995), nato a Bori in Nigeria, laureato in inglese a Ibadam, ha insegnato nelle università di Nsukka e Lagos. Scrittore molto prolifico, ha pubblicato oltre ventisei libri di vario genere letterario (romanzi, racconti, poesie, libri per l’infanzia) tra cui Sozaboy, il suo romanzo di maggior successo, basato sulle memorie di un ragazzo-soldato sullo sfondo della guerra civile nigeriana. Collaboratore di programmi radiofonici e televisivi era molto popolare nel suo paese. Ambientalista e attivista per la difesa dei diritti umani, nel 1993 è diventato presidente del MOSOP (Movimento per la salvaguardia degli Ogoni), che si batte per questa martoriata etnia e contro i disastri ecologici causati dalle compagnie petrolifere. Accusato d’omicidio insieme ad altri otto compagni e condannato a morte da un tribunale speciale, è stato impiccato, nonostante le pressioni internazionali, il 10 novembre del 1995. Nel 1997 è stato candidato al premio Nobel per la pace.
postato da: chiaraceli alle ore 18:32 | link | commenti (2)
categorie: poesia, grandi autori
lunedì, 02 novembre 2009

Alda

Chissà se puoi sentirlo
questo fracasso di nuvole
a rovesciare sulla terra
la tristezza
per il tuo scioglierti nel vento.
Degli attimi nudi,
smarriti nelle steppe
d'ogni mia mancanza,
conservo il ricordo
della tua voce sorella
sui miei battiti scomposti.
No, nemmeno ora sei lontana
se continuo a respirarti
tra le pagine consumate,
mentre abbraccio il tuo mondo
e ti avverto
animo incandescente
che scolpisce la sua vita
sul marmo della notte.


(Ad Alda Merini, al coraggio e alla lucentezza del suo dire
per tutto ciò che ha significato per me)



postato da: chiaraceli alle ore 20:07 | link | commenti (3)
categorie: poesia, video, grandi autori
lunedì, 05 ottobre 2009

penombra

Ci sono parole che non cessano mai
di aver voce.
Rimangono
con tutto il loro peso a gravare
sul punto più fragile,
e bruciano
nel persistente silenzio di occhi
che non sanno dimenticare.

In un tempo lontano
ero un calore
tra i muri di una stanza
che sentivo già mia,
quando guardavo
al di là dei più aspri confini
ripetendomi - non c'è notte
che possa durare -

Ma quest'autunno che torna
mi divide
in un vento di polveri
e cose incompiute,
di temporali a scrosciare improvvisi
lasciando una quiete
che sa di abbandono.

Perchè dopo ogni pioggia
le strade trattengono il fiato
come in attesa
di un cenno di vita,
e l'unico suono
è il tremolio nelle pozze
a specchiare l'illusione di un cielo
da poter cogliere
tra le mani.




Ludovico Einaudi - In un'altra vita + Divenire (live)
postato da: chiaraceli alle ore 22:46 | link | commenti (5)
categorie: musica, poesia, video
mercoledì, 23 settembre 2009

la donna che sapeva volare

A lungo aveva atteso fissando l’orizzonte: quel punto in cui la terra sembra congiungersi al cielo, bevendone gli ultimi sorsi di luce.
Tra poco la strada sarebbe tornata deserta, non appena il buio avesse fatto capolino, trasformandola in un mistero di polveri e ombre da decifrare. Impercettibili rumori di chissà quale origine.
Dalla finestra al terzo piano di un palazzo su cui gli anni avevano lasciato sin troppe tracce del loro impietoso trascorrere, Diana lasciava vagare lo sguardo altrettanto segnato lungo le perfette geometrie del Gazometro.
Aveva sistemato proprio davanti ai vetri una piccola poltrona, che aveva eletto a suo punto di osservazione.
Quella poltrona era l’unica cosa che c’era sempre stata: aveva patito i suoi salti sfrenati di bambina, e ora accoglieva la fragilità del suo corpo di conchiglia eroso dai flutti del tempo. Tutto il resto si era perduto, trasformato in sabbia che il vento della memoria non smetteva di agitare.
Fuori, il disco solare stava ormai completando la sua discesa, e sembrava una guancia infuocata stretta fra le solide braccia del colosso d’acciaio.
Nessuno era venuto: da tempo la sua porta taceva. E le stagioni pulsavano nel cuore marcio della città, rendendola invisibile agli occhi degli altri.
Diana non cercava risposte; si sarebbe accontentata di qualcuno che le facesse qualche domanda. Come ogni giorno a lungo aveva atteso fissando l’orizzonte.
E come ogni giorno, oltre le plumbee distese di cemento, oltre la selva di antenne puntate come lance contro il cielo, oltre le alte terrazze in cui si raccoglievano i lamenti dei panni sbattuti dalla brezza del crepuscolo, Diana vedeva il mare.
Il suo mare.
Le bastava socchiudere gli occhi, per metterlo a fuoco nel paesaggio stanco dell’animo.
Un mare di altri tempi. Di altri luoghi.
Vide le ampie reti dei pescatori sotto il sole di un agosto caldissimo, e i bambini eccitati cercare un nascondiglio lungo i vicoli di pietra scolpita dai venti; annusò l’odore del pesce appena strappato alle profondità delle acque, e spiò un bacio rubato tra le complici ombre di un portone; corse sulla riva ad aspettare il ritorno delle barche e a salutare chi partiva verso nuove fortune, mentre una voce chiamava con premura il suo nome dal balcone dove i ciclamini esibivano la loro sfrontata bellezza.
Strinse le braccia. E sorvolando le vite di quelle onde lontane, come ogni sera si addormentò.


Il mattino seguente un fracasso di imposte proveniente dal terzo piano insospettì la portiera, una donnina sciapa e grassoccia, che aveva sempre una buona parola per tutti.
Conduceva da molti anni la sua esistenza fra i muri di quel vecchio palazzo, con i modi altezzosi di una regina che si fosse improvvisamente ritrovata a dover infilare le mani in un mucchio di immondizia, per garantire la sopravvivenza sua e di un marito invalido con cui raramente parlava. Un estraneo che le dava solo un mucchio di preoccupazioni.
Durante la notte si era sollevata una tramontana furiosa, che sembrava voler sradicare la città con tutti i suoi abitanti.
La portiera salì rapidamente le scale, borbottando contro quella vecchia rimbambita che aveva lasciato le finestre spalancate con quel tempo da lupi, disturbando la quiete sua e degli altri inquilini. Un miracolo che i vetri non fossero ancora andati in mille pezzi.
Bussò con piglio deciso. Una, due volte. Alla terza, si accorse che la porta era soltanto accostata, e senza troppi complimenti varcò la soglia.
Non si preoccupò di annunciare la sua presenza, e si diresse con passo marziale verso le finestre del soggiorno.
“E allora signora, vuole spaccare i timpani a tutti qua dentro?”
Trovò Diana accasciata nella sua vecchia poltrona, con un sorriso enigmatico sul volto.
Chiuse in fretta e furia le imposte, poi con un fare ben poco garbato scosse più volte quel corpo rattrappito, intenzionata a dargli un risveglio che fosse il più brusco possibile.
Ma il corpo non diede alcuna risposta a quelle sollecitazioni: fermo come la pietra.
Cercò il battito del polso: muto.
Accostò l'orecchio a quelle labbra sorridenti: nessun segno che la vita abitasse ancora da quelle parti.
“Ecco, un'altra bella rottura mi ci voleva proprio” esclamò con fastidio. La vecchia era sola al mondo, e quindi toccava a lei svolgere tutte le operazioni di rito. Qualcuno doveva pur occuparsene.
Stava per scendere a fare le prime telefonate, quando si fermò attratta da qualcosa che luccicava su quelle gambe immobili.
Sembrava una stella marina. Anzi, era proprio una stella marina.
La prese tra le mani, e trasalì. Era umida e viscida, come se fosse stata tirata fuori poco prima dalle acque del mare.


gazometro
postato da: chiaraceli alle ore 21:00 | link | commenti (6)
categorie: racconti, vita
lunedì, 21 settembre 2009

ascolta

Lo so: il mio respiro
talvolta è una spina
al fianco dei tuoi mondi concreti.
Ma tu parli, e non senti
quel timido canto di petali
sgorgarmi dagli occhi
mentre ti guardo restare
in bilico tra le mie nuvole gonfie.
Sono ancora la bambina
negli spruzzi di un'estate tenace
quando cercavo
lungo rive che il tempo
ha soltanto sbiadito
una conchiglia
in cui versare le mie storie segrete,
sottovoce.
Immaginavo
che una vita alla fine del mare
la trovasse,
e restasse in ascolto.
Non è mia
la saldezza della roccia
tra gli argini scomposti
di uno scorrere senza certezze.
Mio è il soffio
imprevedibile del vento
che trascina profumati tepori, e i semi
di nuovi germogli
come le sferzate più gelide
nel pianto delle ultime foglie
appese alla stanchezza dei rami.
Di quel vento
è fatto il mio suono, il volto
di ogni mia stagione.

postato da: chiaraceli alle ore 19:45 | link | commenti (3)
categorie: poesia



Ivano Fossati - C'è tempo
postato da: chiaraceli alle ore 19:42 | link | commenti (2)
categorie: musica, video
venerdì, 18 settembre 2009

underground

Sotterranei alla fine del giorno
dove lunghe file di volti
scorrono assenti
in gusci senza fessure.
E' l'ora dei ritorni:
fuori, la città consegna il suo corpo
alle prime lingue dell’ombra,
al consueto inganno.

Anche oggi ho concluso il mio tempo
lungo polveri fredde
e neon venati di nostalgia.
Resto, ancora inseguendo
la follia di un arrivederci
- forse un addio -
un destino da compiersi oltre
l’uniformità di questi cieli
inadatti al volo,
dove il tempo è una nube compatta
che non sa
il fremito di un varco

né  la compassione.

C’è odore di vecchie tempeste
qui, tra nature sbranate dal ferro
e anime scordate in un angolo.
E ancora
ci trasciniamo
io e la mia estraneità 
per queste strade in cui vite s'affollano
indifferenti
veloci
senza mai sfiorarsi.

BadDayAtWork

Francesco Zefferino - 'Bad Day At Work' - 2007

postato da: chiaraceli alle ore 16:17 | link | commenti (2)
categorie: poesia, pittura
giovedì, 17 settembre 2009

ToulouseLautrec - Rosa La Rouge

Henri de Toulouse -Lautrec. Rosa La Rouge
1886-87. Oil on canvas. Barnes Foundation, Lincoln University, USA.

postato da: chiaraceli alle ore 15:56 | link | commenti (4)
categorie: pittura
martedì, 08 settembre 2009

'Il respiro del giglio' recensito su Lungotevere.net

Oggi ho ricevuto un dono speciale.

Eccolo qui: 
www.lungotevere.org/news.asp

Ringrazio di cuore il mio amico Luca per questo bellissimo articolo.
postato da: chiaraceli alle ore 21:39 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, poesia