A lungo aveva atteso fissando l’orizzonte: quel punto in cui la terra sembra congiungersi al cielo, bevendone gli ultimi sorsi di luce.
Tra poco la strada sarebbe tornata deserta, non appena il buio avesse fatto capolino, trasformandola in un mistero di polveri e ombre da decifrare. Impercettibili rumori di chissà quale origine.
Dalla finestra al terzo piano di un palazzo su cui gli anni avevano lasciato sin troppe tracce del loro impietoso trascorrere, Diana lasciava vagare lo sguardo altrettanto segnato lungo le perfette geometrie del Gazometro.
Aveva sistemato proprio davanti ai vetri una piccola poltrona, che aveva eletto a suo punto di osservazione.
Quella poltrona era l’unica cosa che c’era sempre stata: aveva patito i suoi salti sfrenati di bambina, e ora accoglieva la fragilità del suo corpo di conchiglia eroso dai flutti del tempo. Tutto il resto si era perduto, trasformato in sabbia che il vento della memoria non smetteva di agitare.
Fuori, il disco solare stava ormai completando la sua discesa, e sembrava una guancia infuocata stretta fra le solide braccia del colosso d’acciaio.
Nessuno era venuto: da tempo la sua porta taceva. E le stagioni pulsavano nel cuore marcio della città, rendendola invisibile agli occhi degli altri.
Diana non cercava risposte; si sarebbe accontentata di qualcuno che le facesse qualche domanda. Come ogni giorno a lungo aveva atteso fissando l’orizzonte.
E come ogni giorno, oltre le plumbee distese di cemento, oltre la selva di antenne puntate come lance contro il cielo, oltre le alte terrazze in cui si raccoglievano i lamenti dei panni sbattuti dalla brezza del crepuscolo, Diana vedeva il mare.
Il suo mare.
Le bastava socchiudere gli occhi, per metterlo a fuoco nel paesaggio stanco dell’animo.
Un mare di altri tempi. Di altri luoghi.
Vide le ampie reti dei pescatori sotto il sole di un agosto caldissimo, e i bambini eccitati cercare un nascondiglio lungo i vicoli di pietra scolpita dai venti; annusò l’odore del pesce appena strappato alle profondità delle acque, e spiò un bacio rubato tra le complici ombre di un portone; corse sulla riva ad aspettare il ritorno delle barche e a salutare chi partiva verso nuove fortune, mentre una voce chiamava con premura il suo nome dal balcone dove i ciclamini esibivano la loro sfrontata bellezza.
Strinse le braccia. E sorvolando le vite di quelle onde lontane, come ogni sera si addormentò.
Il mattino seguente un fracasso di imposte proveniente dal terzo piano insospettì la portiera, una donnina sciapa e grassoccia, che aveva sempre una buona parola per tutti.
Conduceva da molti anni la sua esistenza fra i muri di quel vecchio palazzo, con i modi altezzosi di una regina che si fosse improvvisamente ritrovata a dover infilare le mani in un mucchio di immondizia, per garantire la sopravvivenza sua e di un marito invalido con cui raramente parlava. Un estraneo che le dava solo un mucchio di preoccupazioni.
Durante la notte si era sollevata una tramontana furiosa, che sembrava voler sradicare la città con tutti i suoi abitanti.
La portiera salì rapidamente le scale, borbottando contro quella vecchia rimbambita che aveva lasciato le finestre spalancate con quel tempo da lupi, disturbando la quiete sua e degli altri inquilini. Un miracolo che i vetri non fossero ancora andati in mille pezzi.
Bussò con piglio deciso. Una, due volte. Alla terza, si accorse che la porta era soltanto accostata, e senza troppi complimenti varcò la soglia.
Non si preoccupò di annunciare la sua presenza, e si diresse con passo marziale verso le finestre del soggiorno.
“E allora signora, vuole spaccare i timpani a tutti qua dentro?”
Trovò Diana accasciata nella sua vecchia poltrona, con un sorriso enigmatico sul volto.
Chiuse in fretta e furia le imposte, poi con un fare ben poco garbato scosse più volte quel corpo rattrappito, intenzionata a dargli un risveglio che fosse il più brusco possibile.
Ma il corpo non diede alcuna risposta a quelle sollecitazioni: fermo come la pietra.
Cercò il battito del polso: muto.
Accostò l'orecchio a quelle labbra sorridenti: nessun segno che la vita abitasse ancora da quelle parti.
“Ecco, un'altra bella rottura mi ci voleva proprio” esclamò con fastidio. La vecchia era sola al mondo, e quindi toccava a lei svolgere tutte le operazioni di rito. Qualcuno doveva pur occuparsene.
Stava per scendere a fare le prime telefonate, quando si fermò attratta da qualcosa che luccicava su quelle gambe immobili.
Sembrava una stella marina. Anzi, era proprio una stella marina.
La prese tra le mani, e trasalì. Era umida e viscida, come se fosse stata tirata fuori poco prima dalle acque del mare.
